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Intervista al batterista Ellade Bandini, di Serena Corrente

E’ talmente bravo che non ha bisogno di dimostrarlo. Lo diceva Dean Martin  in uno dei suoi tanti film, raccontando di un rancheros. Sicuramente una frase che calza a pennello su quell’eterno ragazzo che a 74 anni, è Ellade Bandini.

La storia della batteria nella musica leggera e jazz e tanto altro in verità, porta il suo nome come quello dei più grandi musicisti con cui ha collaborato e collabora. Ma ad ogni concerto Ellade è sempre lì a cercare di dare il meglio al suo pubblico, a suonare e stare bene per poter offrire il massimo. Ogni volta. Sempre. Comunque. Con tutto se stesso perchè quando sei davanti alla batteria “Nessuno deve conoscere i tuoi problemi ma se ne deve accorgere da come suoni”.

Cosa succederà sul palco della tenuta del Barco? Cosa può aspettarsi il pubblico?

Il pubblico può ritrovare prima di tutto un incontro fra amici. Claudio Filippini il pianista l’ho conosciuto a sedici anni ed era già un talento, Maurizio Quintavalle al basso, Paolo Bonvissuto chitarra e Pietro Tonolo al sax tutti ottimi musicisti, oltre che amici. Io stesso torno in Puglia sempre con grande piacere, e ne ho tante di care persone,  da Albano a un ragazzetto Tony Miglietta, un tamburellista, bravo come pochi.

Vengo in Puglia sempre con una valigia piena e una vuota. In quella ci metto le conserve di pomodoro, l’olio, il vino insomma, i sapori e i profumi della Puglia. Tornando al concerto direi che l’emozione deve essere sempre la carta vincente e la mia idea è questa: più lentamente si esegue un brano, più il pubblico capisce quello che vuoi trasmettere. Fai un errore? Sorridi e poi mai bere di fronte al pubblico ti giri e sorseggi  la tua bibita. E comunque il pubblico deve capire, il jazz alle volte diventa troppo complicato.

Tu per raccontare il tuo inizio ricordi la storia di Cucciolo, il nanetto più simpatico che pestava sui piatti per scacciare una mosca e poi per attirare l’attenzione di Biancaneve. Questo è un aneddoto ma se a tre anni tuo zio Brando ti mise per la prima volta davanti a una batteria, il primo vero incontro è stato con il sestetto Basso-Piana-Valdambrini e Gianni Cazzola. Allora qual è il tuo rapporto con questo strumento?

La batteria diceva Duke Ellington, è come un a donna, va accarezzata trattata con cura, questo strumento così rumoroso è anche melodico, non si può aggredire il pubblico, piuttosto penso che si possa provocare anche con i toni bassi, a bassa voce, per suonare con rispetto, serietà e amore. Diversamente ne viene fuori un terribile casino.

Ti definisci fortunato per essere nato a Ferrara, crogiolo a quel tempo di personalità uniche (Civedo, Pateccia, Raul Ferretti per citarne alcuni), aggiungi la musica sul finire degli anni Cinquanta Elvis Presley, Little Richard, la melodica del Dopoguerra, un Paradiso e non solo per la musica e adesso?

Posso dire che è un inferno? Vedi ai tempi dei Beatles c’è stato un forte condizionamento, a quel tempo sparirono trombe e sassofoni, un grande cambiamento che ha tolto lavoro anche ad alcuni musicisti, ma ora la musica non è nelle mani di un uomo, piuttosto di una macchina, di un computer.

I giovani vanno allo sbaraglio il loro successo come artisti dura spesso solo sei mesi e a sentirli non riesci a distinguerli, fanno la gara a chi è più aggressivo. Il risultato? Siamo i migliori nel genere melodico, ultimi nel repertorio attuale. Voglio dire che se sapessimo sfruttare un certo patrimonio musicale italiano, potremmo ricoprire un posto importante nella musica internazionale.

Invece?

Ci sono purtroppo anche i musicisti ignoranti, come alcuni appassionati di calcio che parlano solo della propria squadra, così alcuni musicisti si comportano allo stesso modo. Io no, voglio parlare delle tragedie del Coronavirus per esempio.

Le persone sono abbandonate a se stesse perchè abbiamo lasciato il mondo nelle mani degli incompetenti. Non danno la possibilità ai musicisti che abbiamo di esprimersi, obbligando chi vale a rifugiarsi all’estero, proprio come avviene per gli scienziati.

E allora torniamo ai grandi. Fabrizio De Andrè è stato ricordato in questi giorni: avrebbe compiuto ottant’anni, con lui al teatro Brancaccio di Roma nel febbraio del ’98, sino all’ultima volta a San Vincent.

Era un musicista che io paragonavo al cielo sopra la montagna. Forse a causa di una sua insicurezza con il pubblico scattava con delle sfuriate pazzesche, ma poi tornava il sereno proprio come fa il cielo in alta montagna: nuvole e sotto un paesaggio meraviglioso. Ho suonato con lui per 15 anni, era già morto quando ricevetti un  premio all'”Antica fiera di Porta Maggiore” a Ferrara, in quella occasione Dori Ghezzi mi mandò un messaggio “Ellade è l’unico che ha capito la sua anima.

Torniamo al presente. Il mondo in cui ha vissuto non esiste più, sale da ballo night club, persino chiese in cui suonare, tutto finito. Dove va la musica e in particolare il jazz in questi tempi di tecnologia, professionismo e poca artigianalità? Che cosa è cambiato e cosa, nel caso, abbiamo perduto?

Io mi definisco un musicista gregario ma anche un “non frequentatore abituale del jazz”, eppure lo amo forse molto di più di tanti jazzisti. Sul finire degli anni Cinquanta il sestetto Basso-Piana-Valdambrini con Gianni Cazzola ai tamburi, senza dimenticare Giorgio Azzolini al contrabbasso e Renato Sellani al piano, interpretava un suono quasi di tamburi africani, c’era qualcosa di avvolgente, come un mantra. Erano i tempi in cui tu stavi in sala registrazione e oltre la vetrata c’era il fonico. Ognuno faceva il proprio mestiere, poi non è stato più così.

Dici spesso che il tuo conservatorio è stata la sala da ballo.

L’Emilia Romagna rappresentava con le sue balere il tempio della musica dove suonavamo, ma al tempo stesso imparavamo ed erano i tempi del mitico Vince Tempera. E occorreva pestare forte sui piatti perchè non c’erano microfoni. Ma quella forza era anche interiore volevi trasmettere qualcosa al pubblico di tuo e con tutta la tua passione, tutto te stesso. Adesso a 74 anni sono ancora qui a raccontare un percorso, a fare questo mestiere.

Un batterismo che comunque inventa ma all’interno dell’esistente. E’ una tua frase. Cosa vuol dire?

Mi riferivo all’Art Taylor dell’hard pop e dei tempi migliori (noto batterista jazz statunitense, ndr), Tutto è stato fatto e strafatto, si può anche arrivare al fondo ma c’è sempre qualcosa da scavare. La musica è una terra molto ricca.

Io mi definisco un “batterista da turismo” non competitivo. Uno va veloce, percorre l’autostrada a tutta birra ma poi finisce per non vedere nulla, Ma se vai piano vedi tante cose che diversamente non conoscerai mai. Per questo io viaggio con un Fiorino anni Sessanta.

di Serena Corrente

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